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Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia
"Ferruccio Parri" di Milano
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Saggi

Dal n° 211, giugno 1998, al n° 256-257, settembre-dicembre 2009, è disponibile on line un saggio per ciascun numero di Italia contemporanea. Si ringrazia Carocci editore per averne permesso la riproduzione.

Dal n° 258 in poi i saggi della rivista sono disponibili sul sito del nuovo editore Franco Angeli.

  • Combattentismo: il fascismo e le origini di un concetto

    di Àngel Alcalde
    pubblicato sul numero 281 di Italia Contemporanea, agosto 2016

    Abstract:
    Attraverso la storia concettuale, questo articolo esplora l’origine storica del concetto di “combattentismo”, specificatamente nella sua chiara relazione col fascismo. L’analisi storico-concettuale permette di adottare una posizione critica rispetto all’utilizzazione del concetto nella storiografia. Seppure utilizzata dagli storici per descrivere gli eventi del periodo 1919-1922, la parola non si riscontra nelle fonti coeve. Attraverso lo studio delle fonti dagli anni ’20 e ’30, l’articolo rivela l’esistenza di un importante dibattito politico intorno alla nozione stessa di combattentismo, dal 1923 in poi. Questa disputa discorsiva fu sintomo di conflitti esistenti tra il movimento degli ex-combattenti e il fascismo. L’articolo perviene ad una più precisa concettualizzazione della nozione di “combattentismo”.

    L’articolo è disponibile alla pagina: Franco Angeli Edizioni –

  • Le relazioni petrolifere Italia-Urss: l’Agip e il Nepthesyndacat 1926-1934

    di Giacinto Mascia
    pubblicato sul numero 281 di Italia Contemporanea, agosto 2016
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    Abstract:

    L’articolo è disponibile alla pagina: Franco Angeli Edizioni – Le relazioni petrolifere Italia-Urss: l’Agip e il Nepthesyndacat 1926-1934

  • I difficili anni Settanta: l’Italia e la questione energetica

    di Silvio Labbate
    pubblicato sul numero 281 di Italia Contemporanea, agosto 2016
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    Abstract:

    L’articolo è disponibile alla pagina: Franco Angeli Edizioni – I difficili anni Settanta: l’Italia e la questione energetica

  • Rassegna bibliografica open access

    pubblicato sul numero 281 di Italia Contemporanea, agosto 2016
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    Abstract:

    L’articolo è disponibile alla pagina: Franco Angeli Edizioni – Rassegna bibliografica open access

  • Discutendo di guerra

    di Nicola Labanca
    pubblicato sul numero 280 di Italia Contemporanea, aprile 2016
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    Abstract:
    Articolo integrale disponibile in modalità open access alla pagina
    http://ojs.francoangeli.it/_ojs/index.php/icoa/article/view/3164/73

  • L’anniversario della grande guerra in Italia. Spunti e contrappunti a metà del guado

    di Mario Isnenghi
    pubblicato sul numero 280 di Italia Contemporanea, aprile 2016
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    Abstract:
    Articolo integrale disponibile in modalità open access alla pagina
    http://ojs.francoangeli.it/_ojs/index.php/icoa/article/view/3164/74

  • Un libro di prosa e di poesia a proposito della riedizione di La Grande guerra 1914-1918 di Mario Isnenghi e Giorgio Rochat

    di Giovanni Procacci
    pubblicato sul numero 280 di Italia Contemporanea, aprile 2016
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    Abstract:
    Articolo integrale disponibile in modalità open access alla pagina
    http://ojs.francoangeli.it/_ojs/index.php/icoa/article/view/3164/75

  • Rassegna bibliografica open access

    pubblicato sul numero 280 di Italia Contemporanea, aprile 2016
    Scarica in formato .pdf []
    Abstract:
    Articolo integrale disponibile in modalità open access alla pagina
    http://ojs.francoangeli.it/_ojs/index.php/icoa/article/view/3164/76

  • La politica estera italiana nel primo dopoguerra 1918-1922. Sfide e problemi

    di Luciano Monzali
    pubblicato sul numero 256-257 di Italia Contemporanea, settembre-dicembre 2009

    Abstract:
    Obiettivo del saggio è ricostruire i principali momenti e problemi dell’azione internazionale dell’Italia dopo la prima guerra mondiale. La fine dell’impero asburgico, la crisi interna russa, il declino dell’impero ottomano liberarono l’Italia dalla presenza di antichi rivali nell’Europa danubiana e balcanica e nel Mediterraneo orientale, e inaugurarono un’epoca di ampliamento della sua influenza in quelle regioni. Ma l’aggravarsi delle rivalità fra l’Italia e le altre potenze vincitrici, in particolare Francia e Gran Bretagna, rese spesso di difficile realizzazione le ambizioni italiane. Inoltre, sulla politica estera dei governi Bonomi e Facta ebbe una forte incidenza la politica interna: si verificò infatti una crescente strumentalizzazione della politica internazionale ai fini degli interessi e delle logiche dello scontro politico in atto nella società italiana.

  • Il Sessantotto e la famiglia. Storia di una comune nella campagna marchigiana 1976-1987

    di Sofia Serenelli
    pubblicato sul numero 255 di Italia Contemporanea, giugno 2009

    Abstract:
    Questo articolo rende conto di una ricerca svolta con i metodi della storiografia orale su di una comune di Ancona, fondata nel 1977 da un gruppo di sei persone — ex militanti di un gruppo extraparlamentare e femministe —, che si caratterizzava come un tentativo ideologicamente fondato di superare l’istituzione familiare in un ambiente rurale della regione Marche, dove il ruolo della famiglia è sempre stato egemonico. Attraverso l’analisi delle memorie dei partecipanti, comparate con una serie di letture da loro stessi indicate, l’articolo illustra come quelli che furono i fattori di crisi per molte altre comuni degli anni settanta, in questa comune furono pesantemente influenzati dal contesto socioculturale da cui essa ebbe origine. Per prima cosa, l’autrice indaga nello specifico il progetto ideologico della comune. Sulla base delle ‘memorie conflittuali’, si evidenzia come l’assenza di modelli teorici abbia accresciuto la complessità di questo tentativo di costruire un modello alternativo di famiglia d’impronta culturale marxista e declinato nelle forme di reciprocità interna tipiche di un’‘azienda familiare’ derivante dal vecchio sistema mezzadrile. In secondo luogo, l’autrice esamina come il progetto sia andato via via scivolando verso una sorta di ‘rispecchiamento’ della famiglia mezzadrile tipica della tradizione locale, nei termini vuoi di una ‘convergenza organica’ degli individui nel loro ‘lavoro’ collettivo, vuoi di una condivisione ideologica di forme intime del privato. In conclusione, la nozione di ‘fallimento’ (relativo alle comuni degli anni settanta) viene ripensata alla luce di un’idea diversa di storicità, nonché in relazione a quanto ancora oggi rimane dell’esperienza della comune di Ancona nei rapporti interfamiliari e nei comportamenti sociali attuali di coloro che ad essa parteciparono.

  • Sulla categoria di “transizione”

    di Luca Baldissara
    pubblicato sul numero 254 di Italia Contemporanea, marzo 2009

    Abstract:
    Nel dibattito storiografico è stata importata la categoria di "transizione". La sua elaborazione prende forma nelle scienze sociali e la sua applicazione avviene soprattutto per spiegare i passaggi di regime politico e istituzionale (dalla dittatura alla democrazia) e i mutamenti degli assetti economici (dalle economie pianificate a quelle di mercato). Il ricorso ad essa negli studi storici è però controversa, poiché la definizione di ‘transizione’ ha però privilegiato sinora il cambiamento piuttosto che la continuità. In questo modo ha valorizzato il momento del passaggio, ha attribuito alla transizione un valore e un significato secondo l’approdo, ha proposto un’immagine lineare, quasi ineluttabile, del processo storico. Riflettendo sul 1945, questo saggio si interroga invece sulla possibilità e sull’utilità di formulare una definizione storiografica di ‘transizione’ che si misuri con le contraddizioni dei processi storici, con la dialettica tra persistenze e innovazioni. Si propone di assumere la transizione come un problema storico in sé: gli storici rivolgano la loro attenzione non al risultato del processo di mutamento quanto alla fase di accelerazione e innesco di quel processo, quando eventi del tempo breve e fattori di lungo periodo frantumano un equilibrio ormai instabile per ricondurre verso condizioni di stabilità. Storicizzare la transizione significa insomma individuare il catalizzatore del mutamento, ciò che innesca le condizioni del cambiamento e le rende operative.

  • Set Italy ablaze. Lo Special Operations Executive e l’Italia 1940-1943

    di Mireno Berrettini
    pubblicato sul numero 252-253 di Italia Contemporanea, settembre-dicembre 2008

    Abstract:
    Lo Special Operations Executive fu un organismo creato dagli inglesi nella seconda guerra mondiale dopo la sconfitta della Francia e l’entrata in guerra dell’Italia (l’autorizzazione alla sua costituzione venne data da Churchill nel luglio del 1940) per guidare il movimento di resistenza antinazista e antifascista e le operazioni sovversive nell’Europa occupata dalle potenze dell’Asse. Esso agì coerentemente con questo obiettivo anche rispetto all’Italia, muovendosi su due piani interconnessi: il primo, operativo, consistente nell’invio nella penisola di agenti capaci di promuovere azioni di sabotaggio o sovversive, il secondo, spiccatamente politico, volto ad accelerare il crollo del regime fascista. Le difficoltà della Gran Bretagna a penetrare e operare in Italia e il fallimento della politica di reclutamento di agenti tra i Pow e gli enemy aliens italiani spiegano i modesti esiti dell’approccio operativo del Soe. D’altro canto, l’approccio "politico" ebbe risultati persino peggiori. Il Soe, mirando a favorire un’uscita soft dell’Italia dalla guerra, entrò in contatto con antifascisti in esilio come Emilio Lussu e con gli ambienti del Partito d’azione; con esponenti della "fronda" militare come Badoglio; con industriali antifascisti come Adriano Olivetti. In ogni caso, le sue relazioni con gli oppositori al regime vennero bloccate: prima da un vuoto di indicazioni politiche, poi dall’adozione da parte del War Cabinet della "linea dura" rispetto all’Italia, vale a dire di una chiusura totale a qualsiasi richiesta di patteggiamento per la pace, portata avanti più o meno esplicitamente dagli interlocutori italiani del Soe. A ciò si aggiunga che il Foreign Office riteneva troppo debole l’antifascismo politico italiano, poco credibile l’opposizione "istituzionale" al regime, e pericoloso rispetto agli alleati assumere nei loro confronti una condotta che potesse far sorgere anche il minimo dubbio sulla lealtà Britannica.

  • Crimini di guerra in Giappone e in Italia. Un approccio comparato

    di Ken Ishida
    pubblicato sul numero 251 di Italia Contemporanea, giugno 2008

    Abstract:
    Il saggio analizza la questione dei crimini di guerra compiuti dall’Italia e dal Giappone attraverso un approccio comparativo incentrato su tre fondamentali punti di osservazione. Il primo è la prospettiva di lungo periodo: Italia e Giappone, ultime arrivate tra le potenze imperialiste, sin dall’inizio del XX secolo, per annientare le resistenze locali e giungere a controllare rapidamente le loro colonie oltremare, non si peritarono di ricorrere a metodi simili, di un’efferatezza che raggiunse il massimo quando l’aspirazione del Giappone di avere la meglio rispetto alla supremazia bianca e l’affermazione dell’Italia di avere diritti uguali a quelli delle altre potenze imperiali ne accrebbero, nel corso degli anni trenta, l’aggressività. Il secondo riguarda il modo con cui gli intellettuali di entrambi i paesi, in quegli anni e anche durante la seconda guerra mondiale, si atteggiarono rispetto alle conseguenze dolorose sulle popolazioni locali delle guerre nelle colonie. Il disinteresse e l’ignoranza contraddistinsero in Italia persino quelli che si erano ricreduti sul fascismo durante la guerra di Spagna, mentre in Giappone, ancora nel dopoguerra, le posizioni anticolonialiste erano in minoranza. Il postulato della "superiorità sulle colonie" dominava la percezione degli intellettuali e quella delle popolazioni. Nel dopoguerra, molti italiani, convinti di essersi liberati da soli dal fascismo, dimenticarono con gran facilità quanto essi stessi avevano fatto contro altri popoli, mentre la consapevolezza (acutizzata dall’esperienza del bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki) del popolo giapponese di essere lui stesso "vittima della guerra" spesso dominò il discorso postbellico. Il terzo, infine, concerne il fatto che nel secondo dopoguerra, sia in Italia che in Giappone i responsabili di crimini di guerra, sostanzialmente, non vennero perseguiti né si effettuarono epurazioni significative. L’autore esamina le ragioni, diverse in Giappone e in Italia, della mancanza di impegno al proposito delle élite politiche; come in entrambi i paesi la giustizia fosse amministrata dallo stesso personale che lo aveva fatto nei precedenti regimi; come gli Alleati, a loro volta detentori di colonie, siano stati acquiescenti; come fattori internazionali, quali la nascita dei movimenti anticoloniali e la politica della guerra fredda, abbiano favorito un rapido oblio.

  • Un difficile incontro. Esercito e politica in Italia 1945-1948

    di Andrea Argenio
    pubblicato sul numero 250 di Italia Contemporanea, marzo 2008

    Abstract:
    La fine della guerra, l’instaurazione di uno Stato democratico e l’entrata in vigore della Costituzione posero nuove problematiche agli alti comandi militari dell’esercito. Rispetto alla larga autonomia concessa alle forze armate dai regimi precedenti, la carta costituzionale indicava la via di uno stretto controllo politico sulle forze armate in quanto la classe politica postfascista aveva un atteggiamento diffidente nei confronti del mondo militare, tanto che cercò, durante gli anni immediatamente successivi alla fine della guerra, pur nel rispetto dell’autonomia di ogni burocrazia, di controllarlo. Non fu facile ricostruire un nuovo esercito in quanto al mondo politico interessavano non tanto nozioni di carattere tecnico-strategico, ma, più semplicemente, che le forze armate restassero fuori dall’agone politico o che fossero disponibili a intervenire in situazioni che potessero mettere in difficoltà l’integrità e la tenuta dello Stato. La reazione a questo sentimento di estraneità spinse gli Stati Maggiori a far arrestare la politica fuori dalle caserme rinchiudendosi in un tecnicismo scevro da qualsiasi accenno alla politica stessa. Questo atteggiamento venne assecondato incoraggiando una graduale forma di autogoverno da parte delle forze armate che determinò una disattenzione crescente verso i fenomeni di clientelismo e burocratizzazione che colpirono l’organismo negli anni a seguire. Le forze armate però non possono essere considerate avulse dal contesto nel quale operano e il presente contributo mira a illustrare lo stretto legame che, in democrazia, intercorre tra élite militari e politiche.

  • Le trattative per il risarcimento degli internati militari italiani 1945-2007

    di Gabriele Hammermann
    pubblicato sul numero 249 di Italia Contemporanea, dicembre 2007

    Abstract:
    Il risarcimento degli internati militari italiani tornò a essere oggetto di discussione, in relazione all’accordo globale italo-tedesco del 2 giugno 1961 e dopo decenni di stallo, nel corso delle trattative sull’ istituzione della Fondazione Evz. Risulta evidente che le linee argomentative, volte a escludere gli internati dal gruppo degli aventi diritto al risarcimento, sono caratterizzate, da parte tedesca, da grande continuità. Soprattutto i fattori di ordine economico furono determinanti. Inoltre. L’iscrizione degli ex internati militari fra chi aveva diritto al risarcimento comportava un rischio incalcolabile: infatti, in caso di riparazione nei loro confronti, si temeva un’ondata di denunce da parte di tutti gli altri ex prigionieri di guerra. In Italia il pagamento a seguito dell’accordo di risarcimento del 1961 assecondò la retorica nazionale dominante. Poiché gli internati militari sono stati associati per decenni alla catastrofe militare dell’8 settembre 1943, il loro destino doveva essere dimenticato dalla coscienza pubblica. Anche negli ultimi anni l’Italia non ha espresso alcuna iniziativa degna di nota, volta a realizzare un risarcimento adeguato degli ex internati militari italiani. Ciò vale sia per il governo Berlusconi che, nel contesto dell’istituzione della Fondazione Evz, non si adoperò in alcun modo affinché venissero considerati gli ex internati militari, sia per alcuni settori della magistratura italiana. Le iniziali speranze degli ex internati, di essere risarciti dalla Fondazione Evz, furono annientate dal parere dell’esperto di diritto internazionale Christian Tomuschat, incaricato dal governo federale dell’epoca. Rimangono forti dubbi sul fatto che i procedimenti ancora aperti possano avere, un giorno, esito positivo. Nondimeno la Fondazione Evz può comunque vantare un bilancio notevole. Il risultato sarebbe stato ancora più impressionante se, non solo gli internati militari italiani, ma anche i prigionieri di guerra sovietici avessero ottenuto un risarcimento.

  • In esergo. Note sull’esilio spagnolo degli anni trenta con alcune piste di ricerca

    di Alfonso Botti
    pubblicato sul numero 248 di Italia Contemporanea, settembre 2007

  • Il controspionaggio

    di Antonio Fiori
    pubblicato sul numero 247 di Italia Contemporanea, giugno 2007

    Abstract:
    Allo scoppio della prima guerra mondiale, mentre la Gran Bretagna poteva vantare un efficiente servizio di spionaggio e di controspionaggio dipendente dall’autorità politica, l’Intelligence Service, creato nel 1908 in previsione di un conflitto con la Germania, e la Francia disponeva del Deuxième Bureau, dipendente dal ministro della Guerra, l’Italia non aveva un analogo servizio "civile". Era l’Ufficio riservato della Direzione generale della pubblica sicurezza a svolgere, assieme a tanti altri, i compiti di spionaggio e di controspionaggio, considerati forse non prioritari.
    Nel periodo della neutralità l’Italia divenne il "crocevia" più importante dello spionaggio europeo – solamente dopo il 24 maggio 1915 questo "primato" passò alla Svizzera –, ma la risposta delle autorità di pubblica sicurezza fu inadeguata per la grave insufficienza dei fondi a disposizione, per la penuria di agenti specializzati nell’intelligence, per la mancanza di un vero coordinamento centrale, e spesso si limitò ad assecondare le richieste del presidente del Consiglio e delle autorità militari.
    Dopo l’entrata in guerra e gli impressionanti "incidenti" e sabotaggi che colpirono navi e industrie italiane, mentre si sviluppava il sospetto indiscriminato contro gli stranieri e contro gli italiani "neutralisti" e "disfattisti", alimentato dai più accesi gruppi interventisti, maturò l’esigenza della creazione di un "moderno" ufficio, dipendente dal ministro dell’Interno, con l’esclusivo compito dello spionaggio e del controspionaggio. La questione fu risolta solamente alcuni mesi dopo l’insediamento del governo di unità nazionale presieduto da Boselli, che pose come programma prioritario l’adesione alla guerra "totale".

  • L’opinione popolare italiana di fronte alla guerra d’Etiopia

    di Paul Corner
    pubblicato sul numero 246 di Italia Contemporanea, marzo 2007

    Abstract:
    Gli anni della conquista dell’Etiopia (1935-1936 ) sono spesso considerati come il culmine del consenso al regime fascista. In quest’articolo, concernente l’umore delle masse nell’Italia del tempo quale risulterebbe dagli archivi di polizia e di partito, si sostiene che, pur essendoci in taluni settori della società un indubbio consenso verso la guerra, in taluni altri settori si sarebbero invece nutriti forti dubbi e profonde diffidenze. Dal vaglio di avvenimenti quali la grande adunata nazionale del 2 ottobre 1935, alla vigilia dell’invasione, la Giornata della fede del dicembre 1935 e le reazioni nel paese a guerra finita, l’A. giunge alla conclusione che molta gente comune in Italia sarebbe rimasta tutt’altro che convinta da un imperialismo assolutamente incapace di mantenere le sue grandi promesse. Così, il tanto vantato “entusiasmo spontaneo” per la guerra sarebbe stato in buona parte fabbricato ad arte dallo stesso regime, con la gente costretta a inscenare la sua entusiastica partecipazione ai pubblici rituali imposti dall’alto, pur in molti casi dubitando che la guerra, la conquista dell’Etiopia e la conseguente rottura degli equilibri europei potessero arrecare duraturi benefici all’Italia e agli italiani. Diversamente dai tedeschi sotto Hitler, molti italiani sarebbero rimasti poco convinti della politica espansionistica del fascismo, trovando difficile credere che l’Impero potesse risolvere i problemi di un popolo più che altro angustiato dalle difficoltà della vita quotidiana.

  • La memoria spezzata. La Russia e la guerra

    di Maria Ferretti
    pubblicato sul numero 245 di Italia Contemporanea, dicembre 2006

    Abstract:
    Scopo del saggio è ricostruire le vicissitudini della memoria della seconda guerra mondiale in Unione Sovietica, prima, e in Russia, poi, dalla fine del conflitto a oggi, con l’intento di fornire al lettore occidentale uno strumento per capire diversi usi pubblici a cui il ricordo del conflitto, estremamente vivo nella società, si presta. Si vogliono mostrare, in particolare, le ragioni per cui la memoria della guerra ha avuto e ha tuttora, nelle terre russe, una funzione del tutto diversa, nella trasmissione dei valori e nella costruzione delle identità collettive, da quella che ha avuto nei paesi dell’Europa occidentale. Il punto di partenza è la specificità della memoria russa della guerra, una memoria duplice, ambigua, perché ambivalente era stata, per l’Urss, la vittoria stessa: liberazione del paese e dell’Europa dal giogo nazista in nome dei valori di libertà dell’antifascismo, la vittoria aveva al tempo stesso portato al consolidamento e all’inasprimento della dittatura staliniana in nome della risorta grande potenza della Russia. Dal ricordo della guerra scaturivano quindi due memorie opposte, antitetiche, che veicolavano due sistemi di valori inconciliabili, fondati l’uno sulla libertà e l’altro sull’esaltazione della potenza nazionale: la memoria della guerra vissuta, col suo spirito di libertà che alimentava le speranze di una democratizzazione, e la memoria della vittoria, che celebrava invece lo Stato autoritario. Nel conflitto fra le due memorie, la prima ha finito sempre per soccombere, mentre la seconda ha alimentato, i dagli anni brežneviani, il nascente nazionalismo, che è diventato, dopo il naufragio dell’Urss e il disincanto nei confronti dell’Occidente, l’ossatura della nuova ideologia di Stato della Russia postcomunista.

  • Il romanzo della Vespa

    di Andrea Rapini
    pubblicato sul numero 244 di Italia Contemporanea, settembre 2006

    Abstract:
    Questo saggio si propone di ricostruire la genesi di un’idea: lo scooter Vespa, presentato ufficialmente al mercato nel 1946 dalla Piaggio di Pontedera. Nella prima parte si racconta l’autonomizzazione di un campo internazionale degli scooter tra Europa e Usa nel corso del Novecento. Un campo che, distintosi dai motocicli per caratteristiche proprie, poteva già vantare prima del 1945 numerosi esemplari conosciuti anche in Italia. Nella parte centrale si dimostra l’esistenza di alcuni scooter italiani prima della comparsa della Vespa e soprattutto si porta alla luce un discorso pubblico polifonico sulla necessità di fabbricare una "moto del popolo" alla fine degli anni trenta. Una delle voci più incisive e influenti che sostengono l’importanza di una moto utilitaria fu Renato Tassinari, direttore di "Il Littoriale", consigliere nazionale della Camera dei fasci nella Corporazione della carta e della stampa e grande ammiratore della Germania nazista. Tassinari — assunto nel dopoguerra dalla Piaggio in qualità di direttore della rivista aziendale — può considerarsi l’anello di congiunzione tra la Vespa e gli scooter della stagione antecedente al 1945.
    Nella parte finale si sottolineano le grandi qualità imprenditoriali della Piaggio già durante gli anni trenta, il buon livello tecnologico delle sue officine e la vocazione di lungo periodo alla diversificazione nell’ambito del settore dei trasporti. Qualità, queste, che consentirono il salto indolore dall’aeronautica ai motoscooter dopo il 1945. Tuttavia, il tassello di chiusura per comprendere la genesi dell’idea è la storia della traiettoria sociale dell’ing. Corradino D’Ascanio, l’inventore della Vespa. Il saggio riassume insomma tutte le condizioni di possibilità, interne ed esterne all’impresa, per la nascita del più famoso scooter del mondo.

  • Balbo e la preparazione della guerra in Africa settentrionale

    di Lucio Ceva
    pubblicato sul numero 243 di Italia Contemporanea, giugno 2006

    Abstract:
    I progetti elaborati da Balbo a partire dal 1935-1936 hanno alcune caratteristiche comuni, tra le quali l’assenza di previsioni sulle modalità con cui operare in territorio desertico; la mancanza di studi sui problemi di viabilità su piste costiere e percorsi interni (e la disponibilità dei mezzi necessari); la sopravvalutazione numerica del nemico, accompagnata dall’inadeguata attenzione al suo addestramento e alla disponibilità di mezzi. Due errori, questi ultimi, che producono l’incomprensione della reale forza britannica, che aveva puntato fin da i primi anni trenta sull’addestramento delle forze corazzate. Il saggio analizza il succedersi dei progetti militari, dall’ipotesi di offensiva verso Egitto e Suez, al suo siluramento da parte di Badoglio, ai progetti nutriti da Balbo ancora dopo il settembre 1939 (quando solo gli studi offensivi verso Grecia e Jugoslavia intaccano la direttiva della difesa assoluta su tutti i fronti). Ma nel maggio 1940, quando viene decisa l’entrata in guerra, i progetti offensivi di Balbo sono come svaniti, mentre sempre più chiare gli appaiono le deficienze italiane in termini di armamenti. La sua breve guerra — Balbo viene abbattuto dalla contraerea italiana il 28 giugno — palesa tutta l’arretratezza della preparazione italiana, dovuta in primis a Pariani e Badoglio. Come le massime autorità militari italiane, Balbo continuava a valutare la forza militare in rapporto, in primo luogo, al numero dei soldati, un grave errore di fronte a un nemico capace — con mezzi limitati ma personale ben addestrato — di mettere in scena un conflitto di cui il quadrumviro, nonostante qualche sprizzo di lucidità, non aveva neppure sospettato l’esistenza.

  • L’Onu e l’Amministrazione fiduciaria italiana in Somalia. Dall’idea all’istituzione del trusteeship

    di Antonio Morone
    pubblicato sul numero 242 di Italia Contemporanea, marzo 2006

    Abstract:
    Il trusteeship system delle Nazioni Unite fu un esperimento che si proponeva di innovare l’amministrazione coloniale. In particolare, esso era finalizzato al dominio di una potenza europea su popolazioni altre mediante una nuova forma amministrativa, nell’interesse sia delle popolazioni locali, che erano avviate all’indipendenza, sia della pace e della sicurezza mondiale. L’esperimento doveva però scontare un carattere intrinsecamente compromissorio nelle sue dinamiche politiche, fattuali e ideali: è vero che i territori sotto tutela fecero passi più o meno importanti in quel percorso di preparazione all’indipendenza che sottintendeva il trusteeship, ma riacquistarono la loro indipendenza solo in forza del progressivo collegamento della particolare vicenda fiduciaria alla questione dei territori non autonomi e al processo di decolonizzazione nel suo complesso.
    L’Italia partecipò attivamente a questo percorso storico attraverso l’Amministrazione fiduciaria italiana della Somalia (Afis). Nonostante alcune peculiarità locali, il trusteeship somalo si inscrive nella contrapposizione che progressivamente emerse all’interno delle Nazioni Unite tra il club degli amministratori e i paesi anticolonialisti, tra un’interpretazione restrittiva e legalista o una estensiva e progressista degli obiettivi fiduciari. L’Italia operò in collegamento con le altre potenze amministratrici e sfruttò a proprio vantaggio le disfunzionalità dell’United Nations Advisory Council of Somalia. D’altro canto la disciplina particolarmente stringente della convenzione somala, lo status dell’Italia di ex potenza coloniale a tutti gli effetti e l’intento del governo italiano di utilizzare l’Afis per il reinserimento del paese nel consesso politico internazionale, dopo i trascorsi fascisti, garantirono un’interpretazione progressista del mandato.

  • Tra pubblico e privato. Suffragio e divorzio nella Spagna della Seconda Repubblica

    di Ana Aguado
    pubblicato sul numero 241 di Italia Contemporanea, dicembre 2005

    Abstract:
    In questo articolo si analizza il significato della Seconda Repubblica spagnola secondo una prospettiva di genere. Si indagano dunque i mutamenti sperimentati dalle relazioni di genere nell’ambito pubblico e in quello privato in funzione del contesto politico e ideologico repubblicano, ma anche i limiti e le persistenze dei modelli culturali.
    Per affrontare entrambe le questioni, l’attenzione è focalizzata su due riforme introdotte per la prima volta in Spagna in quel periodo storico: il suffragio femminile e il divorzio. Le norme legislative che ne regolarono l’introduzione ebbero importanti ripercussioni sulla vita pubblica e sulla vita privata delle donne spagnole. Fra l’altro da un lato portarono alla conquista della cittadinanza politica femminile, e dunque per la prima volta alla realizzazione di un effettivo suffragio universale. Dall’altro con la legge sul divorzio, sancirono, anche in questo caso per la prima volta, una concezione del matrimonio come contratto suscettibile di scioglimento, e dunque come elemento fondamentale della laicità repubblicana.

  • Gli orfani del duce. I fascisti dal 1943 al 1946

    di Andrea Mammone
    pubblicato sul numero 239-240 di Italia Contemporanea, giugno-settembre 2005

    Abstract:
    Il neofascismo italiano, quanto meno come stato psicologico, nasce e si sviluppa a partire dal 1943. Esso trova la sua naturale rappresentazione politica e parlamentare con la nascita del Movimento sociale italiano. Per tale motivo non si potrebbe comprendere il profilo dei militanti missini, il loro arroccamento ideologico, il mantenimento quasi maniacale della propria identità, la sorta di chiusura verso il mondo esterno, la mitizzazione continua dell’immagine di Mussolini, senza analizzare il periodo che va dall’armistizio dell’8 settembre 1943 fino alla nascita del partito nel dicembre 1946. Tale momento storico, caratterizzato da un intrecciarsi di sentimenti di fedeltà, solitudine e rivalsa, forgia infatti il popolo e gli ideali neofascisti. Si cercherà quindi di ricostruire tale periodo guardando esclusivamente a coloro che scelsero di non tradire il duce e di aderire alla Repubblica sociale italiana, tenendo in considerazione che la guerra, l’armistizio, l’esperienza repubblichina, il fascismo clandestino, i problemi dei reduci nel dopoguerra, le difficoltà dell’essere fascisti in un’Italia che fascista pretendeva di non esserlo più, influenzarono il Msi probabilmente più di quanto non abbiano influenzato altri partiti dell’arco costituzionale.

  • "Me ciami Brambilla e fu l’uperari". Culture e atteggiamenti dei giovani operai negli anni delle rivolte

    di Diego Giacchetti
    pubblicato sul numero 238 di Italia Contemporanea, marzo 2005

    Abstract:
    Contrariamente a una tradizione consolidata e più conosciuta tra chi si occupa di storia dei movimenti e del Sessantotto in particolare — quella che lo paragona con la rivoluzione dei popoli europei del 1848 —, nel saggio il parallelismo è posto tra i due bienni rossi della storia italiana del Novecento, intendendo per essi gli anni 1919-1920 e 1968-1969. Nell’esaminare i due eventi si fa ricorso alla categoria di generazione e si prova a interpretare le vicende e i conflitti dei due bienni rossi anche come scontro tra generazioni, un contrasto che a volte spacca e divide le classi sociali, i sindacati, i movimenti e i partiti politici. Assai diversi sono i contesti storici messi a confronto, così come lo sono quelli economici, sociali e culturali del nostro paese all’inizio del Novecento e, successivamente, negli anni sessanta, dopo la fine della seconda guerra mondiale, la ricostruzione, il boom economico, il passaggio da un’economia prevalentemente agricola a una industriale. Immediatamente diversi furono anche gli esiti politici seguiti ai due bienni presi in esame: nel primo caso si affermò, dopo quello "rosso", il biennio "nero" che portò in poco tempo Benito Mussolini alla Presidenza del Consiglio; nel secondo caso, invece, si assistette a un allargamento e a un rafforzamento delle forze politiche e sindacali della sinistra vecchia e nuova in un quadro di trasformazione complessiva della società italiana che riguardava usi, costumi, mentalità e abitudini più che il quadro politico istituzionale.

  • Ultime lettere. Scritti di fucilati e deportati della Resistenza

    di Mimmo Franzinelli
    pubblicato sul numero 237 di Italia Contemporanea, dicembre 2004

    Abstract:
    Successivamente al pionieristico lavoro di Piero Malvezzi e di Giovanni Pirelli sulle lettere dei condannati a morte della Resistenza, pubblicato in prima edizione nel 1952 da Einaudi, il reperimento e lo studio degli epistolari dei fucilati partigiani hanno segnato persistenti ritardi, quasi che quell’antologia compendiasse il materiale esistente e la "sacralità" di una documentazione così particolare sconsigliasse l’analisi storiografica. Le Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza, curate da Mimmo Franzinelli per Mondadori in occasione del sessantennale della liberazione, rilanciano la ricerca, secondo una ripartizione in quattro categorie: i fucilati, i deportati politici, i deportati razziali e gli autori di testamenti spirituali. "Italia contemporanea" anticipa la parte iniziale del saggio introduttivo al libro, corredata con il materiale su dieci antifascisti (quattro dei quali non inclusi nel volume): i profili biografici, la trascrizione delle lettere e la documentazione fotografica. I personaggi dei quali si riproducono qui gli ultimi scritti sono Alessandro Bianconcini, "rivoluzionario professionale" già volontario con le Brigate internazionali nella guerra civile spagnola; il partigiano genovese Dino Bertetta; il democristiano alessandrino Giuseppe Bocchiotti; il giovane lombardo Evandro Crippa; il gappista veneziano Ernesto D’Andrea; il cospiratore romano Gerardo De Angelis trucidato alle Fosse Ardeatine; il cattolico bresciano Vittorio Grasso Caprioli fucilato perché aveva disertato dalla "Monterosa" per unirsi ai partigiani liguri; il comandante partigiano del Friuli orientale Mario Modotti; il socialista bolognese Gino Onofri; l’ufficiale italo-ellenico Emanuele Tiliacos che – riparato in Svizzera dopo i combattimenti seguiti all’armistizio – rimpatriò con alcuni compagni per combattere i nazifascisti.

  • Quei ponti sospesi (attraverso l’oceano). Giorgio La Pira e le voci dall’America latina

    di Massimo De Giuseppe
    pubblicato sul numero 236 di Italia Contemporanea, settembre 2004

    Abstract:
    Se più conosciuti e studiati dagli storici risultano i trascorsi di La Pira come uomo "mediterraneo" e del dialogo Est-Ovest negli anni della guerra fredda, riscoprire i rapporti instaurati con l’America centro-meridionale ci permette di gettare nuova luce sul particolare pacifismo lapiriano e sulla sua idea di carità "strutturale". Il saggio parte dai primi contatti instaurati dal sindaco fiorentino con le rappresentanze diplomatiche latinoamericane, per dipanarsi poi lungo una serie di esperienze di collaborazione, sensibilizzazione, denuncia politica e impegno culturale, sviluppatesi tra gli anni sessanta e settanta.
    Emerge da un lato la capacità di La Pira di cogliere i segni e i fermenti dei mondi extraeuropei e dall’altra il suo ruolo di catalizzatore per molti giovani impegnati nella denuncia di violazioni dei diritti umani e di situazioni di disagio politico e socio-economico. Emblematici risultano i tentativi di La Pira di mobilitarsi a favore della liberazione di Régis Debray e per salvare la vita a Ernesto "Che" Guevara in Bolivia.
    Centrali nel lavoro risultano però soprattutto le parti dedicate ai rapporti instaurati con il vescovo brasiliano Helder Camara e con il presidente cileno Salvador Allende: prolungato il primo (dagli anni del Concilio Vaticano II alla morte di La Pira nel 1977), molto più breve il secondo (dal viaggio a Santiago dell’autunno del 1971 al golpe di Pinochet) ma entrambi intensi sia sotto il profilo politico che spirituale. Il saggio si chiude con un richiamo di forte attualità alla "unità dei diversi" e alla priorità del diritto nelle relazioni internazionali che La Pira fece in occasione di un seminario del 1974 dell’Associazione di studi sociali latinomericani.
    Quasi tutte le fonti utilizzate sono inedite e in buona parte provengono dalle carte personali del sindaco conservate nell’archivio della Fondazione La Pira a Firenze.

  • Un fallimento del fascismo all’estero. La costruzione delle piccole Italie nella Germania nazista

    di Claudia Baldoli
    pubblicato sul numero 235 di Italia Contemporanea, giugno 2004

    Abstract:
    La ricchezza di studi sull’emigrazione italiana in Germania nel XIX secolo contrasta con la scarsità di ricerche sul periodo fascista, se si escludono quelle sugli anni dell’emigrazione forzata dal 1938, più spedizione coatta di manodopera che reale fenomeno migratorio. Questo articolo ricostruisce il rapporto fra emigrati e fascismo in Germania durante gli anni trenta, analizzando le celebrazioni patriottiche (della grande guerra, della marcia su Roma e del decennale), il cinema e le scuole italiane. Il cinema era una delle principali fonti di propaganda, rappresentativo dei valori che andavano esportati fra gli italiani all’estero. Le scuole erano l’istituzione più importante per il rapporto tra fasci, consolati e comunità; questa ricerca ne descrive l’impatto sulle comunità italiane, studiando i programmi d’insegnamento, il lavoro delle maestre, le difficoltà, i risultati.

    La storia del fascismo italiano in Germania è una storia di continue frustrazioni per i fascisti, che non riuscivano a creare Little Italies tra le comunità italiane. A tale insuccesso contribuivano sia le misere condizioni economiche degli emigrati sia la colpa del "tradimento" nella prima guerra mondiale che pesava sull’Italia. Il nuovo regime hitleriano ebbe un impatto positivo sulle attività dei fasci; tuttavia, come mostrano i documenti degli archivi di Roma e di Berlino, queste attività non erano il prodotto di una spontanea conversione degli italiani al fascismo, ma piuttosto un accordo tra due regimi che cercavano una politica culturale comune.

    Il saggio dimostra quindi che se in linea di principio il regime hitleriano sembrava favorire i fasci, di fatto ne divenne un ostacolo. Mentre nel 1935-1936 in Gran Bretagna la fascistizzazione prendeva la forma di nazionalismo antinglese, in Germania i fasci erano controllati dal regime hitleriano e la germanizzazione degli italiani non poteva essere contrastata. A livello della politica estera invece continuava la collaborazione tra i due regimi, tanto da dare il via all’emigrazione forzata del 1938.

  • Gli italiani e il senso dello Stato

    di Oscar Luigi Scalfaro
    pubblicato sul numero 234 di Italia Contemporanea, marzo 2004

  • Chiesa e questione coloniale. Guerra e missione nell’impresa d’Etiopia

    di Lucia Ceci
    pubblicato sul numero 233 di Italia Contemporanea, dicembre 2003

    Abstract:
    Il saggio ricostruisce le posizioni assunte nel corso del conflitto italo abissino dai missionari italiani presenti in Etiopia, attraverso un’ampia esplorazione archivistica. Al momento della preparazione della guerra gli unici religiosi italiani in Etiopia erano i padri dell’Istituto della Consolata di Torino, che sino a quel momento erano riusciti a istaurare e mantenere rapporti di collaborazione con il governo etiopico. L’operazione italiana in Abissinia, intesa come propaganda e come azione politica e militare, indusse nell’atteggiamento dei missionari un cambiamento radicale, che si manifestò principalmente nella loro tendenza ad assecondare le richieste provenienti dal governo italiano. Quest’ultimo rispetto alla missione della Consolata si mosse lungo due direttrici: cercò di coinvolgere i religiosi in piani strategici miranti a creare il casus belli; si servì della conoscenza che i missionari avevano degli idiomi, delle popolazioni e del territorio abissini. Con lo scoppio delle ostilità i missionari italiani furono costretti dal governo etiopico a lasciare il paese. Alcuni di loro si arruolarono come cappellani militari, avendo in taluni casi un ruolo rilevante in operazioni belliche. Da parte della rivista della Consolata iniziò una trascrizione della guerra in termini missionari, in linea con numerose prese di posizione di parte cattolica. Negli anni dell’Impero il governo fascista ridimensionò il ruolo dei missionari italiani, che furono poi definitivamente travolti dalla seconda guerra mondiale, con l’arrivo degli inglesi in Africa Orientale.

  • Un accordo segreto tra Italia e Rft sui criminali di guerra. La liberazione del “gruppo di Rodi” del 1948-1951

    di Filippo Focardi
    pubblicato sul numero 232 di Italia Contemporanea, settembre 2003

    Abstract:
    Il 16 ottobre 1948 il tribunale militare di Roma condannava quattro militari tedeschi come criminali di guerra. Il generale Otto Wagener, il maggiore Herbert Nicklas, il capitano Walter Mai e il caporale Johann Felten venivano giudicati responsabili della fucilazione di ventinove prigionieri di guerra italiani sull’isola di Rodi e condannati a pene detentive che andavano dai 9 ai 15 anni. I quattro del cosiddetto "gruppo di Rodi" rappresentavano il nucleo numericamente più consistente dei criminali di guerra tedeschi processati in Italia. La loro vicenda è significativa del corso della giustizia italiana. A partire dall’estate del 1949 veniva intrapresa una serie di azioni per la loro liberazione. La prima istanza che si adoperò a favore dei prigionieri tedeschi fu la Santa Sede. Un ruolo importante ebbe soprattutto il vescovo austriaco Alois Hudal, rettore del Collegio teutonico presso la chiesa di Santa Maria dell’Anima a Roma. Nel 1950 intervenne direttamente il governo della Repubblica federale tedesca, legato da stretti rapporti politici con il governo italiano di De Gasperi. Risolutivo fu l’incontro avvenuto a Roma il 26 novembre 1950 fra il segretario generale del ministero degli Esteri, Vittorio Zoppi, e l’inviato di Adenauer, Heinrich Höfler. L’intesa raggiunta prevedeva la liberazione di tutti i criminali di guerra tedeschi condannati in Italia con sentenza passata in giudicato. Da parte italiana si chiese la massima discrezione affinché niente trapelasse nell’opinione pubblica. Fra il febbraio e il maggio 1951 il presidente della Repubblica Luigi Einaudi firmò quattro decreti di grazia per i militari del "gruppo di Rodi", che furono rimessi in libertà. L’ultimo di questi fece ritorno in Germania il 7 giugno 1951, pochi giorni prima della visita di Stato a Roma del cancelliere Adenauer.

  • Spesa pubblica o consumi privati? Verso una re-interpretazione dell’economia italiana postbellica

    di Giuseppe Maione
    pubblicato sul numero 231 di Italia Contemporanea, giugno 2003

    Abstract:
    È diffusa l’opinione secondo la quale l’economia italiana postbellica sarebbe stata caratterizzata da una crescita impetuosa, ma viziata da serie distorsioni. In luogo dei consumi "civili" e socialmente rilevanti, quali ospedali, scuole, trasporti pubblici, avrebbero avuto eccessivo rilievo i consumi privati, e in particolare quelli definiti come "opulenti", vale a dire automobili, elettrodomestici, case di proprietà. In realtà è possibile dimostrare, sulla base di un confronto con altri paesi europei, che l’Italia degli anni cinquanta e sessanta fu il fanalino di coda nello sviluppo di settori che a buon diritto possono essere considerati come "moderni", in quanto comparti trainanti in tutte le economie evolute. E che soltanto con un ritardo di dieci o venti anni essa ha potuto allinearsi, su questo terreno, con i partner della Cee. È forse lecito ipotizzare che gli squilibri sociali e l’instabilità politica che hanno segnato la nostra storia del dopoguerra abbiano a che vedere con tale ritardo economico e produttivo.

  • A Giovanni Pirelli. L’intitolazione della sala di studio dell’Insmli nella nuova sede

    di Oscar Luigi Scalfaro, Mimmo Franzinelli, Sergio Cofferati
    pubblicato sul numero 230 di Italia Contemporanea, marzo 2003

  • L’antifascismo tra Italia ed Europa

    di Leonardo Rapone
    pubblicato sul numero 229 di Italia Contemporanea, dicembre 2002

    Abstract:
    In questo saggio si abbozza un quadro del rapporto tra l’antifascismo come categoria politica italiana e l’antifascismo come categoria politica internazionale. Negli anni venti l’antifascismo è un’esperienza tipicamente italiana, e dal caso italiano nasce l’antifascismo come insegna comune di una pluralità di forze, una risorsa politica che il comunismo internazionale scopre e valorizza solo più tardi. Con la crisi di Weimar l’antifascismo assume una dimensione internazionale, in cui vanno distinti due piani: quello della passione e quello dell’innovazione politica. La forza espansiva del primo è evidente ovunque in Europa, mentre l’efficacia dell’antifascismo come fattore di innovazione politica anche nei paesi democratici è assai più problematica. L’isolamento dell’antifascismo italiano in Europa si rompe solo con l’avvento dei fronti popolari, quando per la prima volta la particolare esperienza italiana entra in comunicazione con quella di un arco internazionale di forze politiche. L’immedesimazione con lo spirito dei fronti popolari riguarda anche Gl, sebbene la sintesi politico intellettuale giellista non abbia eguali nel panorama delle culture politiche europee. La crisi dei fronti popolari infrange l’immagine dell’unità ideale dell’antifascismo, ma nel caso italiano, a differenza che altrove, non determina una rottura tra antifascismo comunista e non comunista. Dopo una fase di eclissi, l’antifascismo internazionale risorge dalle ceneri quando la guerra mondiale, nata come guerra "senza ideologia", diviene l’espressione militare della "guerra civile internazionale".

  • Fascismo e controllo sociale

    di Paul Corner
    pubblicato sul numero 228 di Italia Contemporanea, settembre 2002

    Abstract:
    L’autore contesta l’odierno frequente ricorso al concetto di consenso popolare onde rivedere il tradizionale giudizio negativo sul regime fascista. In tale prospettiva egli valuta non solo il peso dell’apparato repressivo fascista, ma anche il condizionamento esercitato dal Pnf e dai sindacati di regime nonché il ruolo delle organizzazioni previdenziali e assistenziali, cercando di rispondere al quesito cruciale circa chi fossero i beneficiari di queste istituzioni. Ne scaturisce il quadro di un controllo sociale talmente capillare da non lasciare alla gente alcuna effettiva libertà di scelta. Sulla base di questi dati fattuali parlare di consenso della maggioranza della popolazione al fascismo non ha a suo avviso fondamento alcuno, sicché ingiustificato risulta il tentativo di rivalutare sul piano storico il regime fascista attraverso il concetto di consenso.

  • Dal partito del 18 aprile 1948 al “partito pesante”. La Democrazia cristiana nel 1951

    di Agostino Giovagnoli
    pubblicato sul numero 227 di Italia Contemporanea, giugno 2002

    Abstract:
    A partire dal giugno 1950, la situazione politica italiana fu soprattutto condizionata dalla guerra di Corea, tra le cui conseguenze ci fu l’introduzione di un indirizzo dirigistico di politica economica: contrasti e divisioni su questo terreno portarono alle dimissioni della Direzione della Dc nella primavera 1951. Tali dimissioni vennero discusse al Consiglio nazionale di Gottaferrata, nel giugno successivo, in una situazione profondamente cambiata dall’esito delle elezioni amministrative precedenti, caratterizzate da un forte ridimensionamento della Dc. Le dimissioni della Direzione vennero ritirate, ma in quel Consiglio nazionale vennero poste le premesse di un nuovo governo, del ritiro di Dossetti dalla politica e, più tardi, della segreteria Fanfani. Secondo Gianni Baget Bozzo, la Dc avrebbe perso allora la sua "anima", abbandonando le sue radici cattoliche e accettando una subalternità ideale al comunismo. In realtà, tale esito supporrebbe una curiosa inversione delle parti tra ex popolari, a cui i giovani attribuivano un eccesso di laicità, e dossettiani, di cui è nota l’impronta esplicitamente "cattolica". Qualunque giudizio si voglia dare sul passaggio generazionale, la documentazione mostra che la strada verso il "partito pesante" è stata aperta dagli uomini della vecchia generazione, preoccupati di contrastare più efficacemente il comunismo. In questo senso, il ritiro di Dossetti dalla politica sembra da collegarsi alla fine della stagione inaugurata dal 18 aprile 1948. Analogamente, appare riduttivo parlare di uno scivolamento della Dc verso il pragmatismo a causa del "tradimento" di Fanfani: al di là delle scelte dei protagonisti, la "secolarizzazione" del partito è stata soprattutto indotta da trasformazioni che la Dc non ha voluto, ma piuttosto subito.

  • Al capezzale di Mussolini. Ferite e malattia 1917-1945

    di Paul O’ Brien
    pubblicato sul numero 226 di Italia Contemporanea, marzo 2002

    Abstract:
    Il saggio mette in discussione la tesi universalmente accolta circa l’esistenza di un nesso causale tra le due seguenti proposizioni: "Nel febbraio 1917 Benito Mussolini fu ferito dall’esplosione accidentale di un lanciagranate italiano. Non tornò più al fronte". I biografi di Mussolini non hanno mai approfondito seriamente la questione, nonostante l’Archivio centrale dello Stato conservi un’importante documentazione al riguardo. Nell’unica occasione in cui questo materiale è stato preso in esame, lo si è utilizzato per confermare l’esistenza di un rapporto tra l’assenza di Mussolini dal fronte e la sua ferita. L’autore, sulla scorta dei pareri rilasciatigli da due consulenti medici che hanno esaminato i documenti, insinua forti dubbi sulla gravità delle ferite di Mussolini, arrivando anche a sostenere che esistono ragioni fondate per mettere in discussione legittimamente il fatto che Mussolini sia stato coinvolto in prima persona nel succitato incidente. O’Brien solleva inoltre un altro problema cruciale: sebbene le ferite di Mussolini non giustifichino la prolungata convalescenza prescrittagli, dalla documentazione medica relativa al 1917 si desume che già in quel momento egli poteva effettivamente essere gravemente ammalato. Se la diagnosi di uno dei consulenti dell’autore è corretta, allora l’annosa questione circa la natura della malattia di cui soffrì il duce nei suoi ultimi anni trova una risposta e l’intera questione della sua storia medica deve essere rivista.

  • La memoria pubblica dell’antifascismo

    di Gianpasquale Santomassimo
    pubblicato sul numero 225 di Italia Contemporanea, dicembre 2001

    Abstract:
    La memoria pubblica dell’antifascismo è contrastata e minoritaria nella società italiana fino al 1960. Sussistono e si confrontano tradizioni antifasciste spesso conflittuali e nutrite di analisi e propositi divaricanti.
    La svolta del luglio 1960 è il momento di inversione di questa tendenza. Solo a quasi vent’anni dalla conclusione degli eventi si cercherà di fare dell’antifascismo un valore largamente diffuso e condiviso, "paradigma" unificante del comune sentire della grande maggioranza degli italiani.
    Negli anni del centrosinistra la Resistenza viene intesa non solo come "evento fondatore" della Repubblica, ma anche punto di partenza per la crescita democratica e sociale del paese. Ma a partire da questa apparentemente stabile collocazione della Resistenza nel Pantheon repubblicano si producono anche fiumi di vuota retorica, che suscitano diffidenza nelle generazioni più giovani. Si introduce nelle celebrazioni ufficiali la formula, abbastanza illusoria e infondata, di un "popolo unito in lotta contro la tirannide". Il problema del fascismo nella storia italiana, eluso nel decennio precedente, viene ora risolto circoscrivendo nei minimi termini la sua portata. Si riproduce la tendenza all’autoassoluzione degli italiani, la rimozione del problema delle "responsabilità collettive" di fronte al fascismo.
    Nel corso degli anni settanta sembra chiudersi di fatto il lungo periodo in cui l’antifascismo aveva attraversato la storia repubblicana nella duplice veste di vinto e vincitore; ora l’antifascismo, alla vigilia della sua eclissi, è innegabilmente "ufficialità" e appare vincitore, se pure in lotta contro pericoli nuovi e inediti. È un periodo in cui esiste realmente, in forme impreviste, un "antifascismo di massa" che è profondamente diviso al suo interno.
    Il delitto Moro segna, visto retrospettivamente, l’esaurirsi della solidarietà democratica, e l’antifascismo paga il forte investimento effettuato su di essa dai contraenti di quella politica. Con la perdita di centralità dell’antifascismo l’Italia di fatto prenderà una strada diversa rispetto all’evoluzione della coscienza occidentale, che riscoprirà proprio a partire dagli anni ottanta, attraverso la consapevolezza della portata della Shoah, l’enormità del problema storico del fascismo europeo, del suo successo, del consenso ottenuto, della catastrofe innescata. Si apriranno, anche su questo terreno, i termini di una nuova "anomalia italiana", che conducono fino ai nostri giorni.

  • Genere, consumi, comportamenti negli anni cinquanta. Italia e Stati Uniti a confronto

    di Elisabetta Bini, Enrica Capussotti, Giulietta Stefani, Elisabetta Vezzosi
    pubblicato sul numero 224 di Italia Contemporanea, settembre 2001

  • Drieu La Rochelle. Avventura e sventura della politica in un homme de lettres

    di David Bidussa
    pubblicato sul numero 223 di Italia Contemporanea, giugno 2001

    Abstract:
    La scrittura letteraria e saggistica di Pierre Drieu La Rochelle (1893-1945) costituisce un indicatore ricco per individuare ed evidenziare la genesi e la strutturazione del lessico politico della destra nel corso del Novecento. Scopo di questo studio è quello di considerare il modo e i temi che danno corpo a quel lessico: la figura della donna, la questione della decadenza, i contenuti dell’immaginario politico che sono sottesi all’idea di Europa, l’esaltazione di una comunità di cavalieri antimoderni, il disprezzo della politica come terreno del pubblico confronto che permetta ai subalterni di avere diritto di parola, il rifiuto dello "slavo" come "barbaro" e allo stesso tempo l’esaltazione della sua indifferenza e incorruttibilità rispetto alle sirene della tecnica e dell’americanizzazione. Sono questi alcuni dei motivi e dei costrutti culturali che costituiscono la cifra della scrittura pubblica di Drieu e che allo stesso tempo delineano la fisionomia di una comunità politica che, senza cadere nel fascino del mito del maledetto di Céline, ha il cuore della sua genealogia culturale e argomentativa nelle pagine di Drieu.

  • “La Donna” 1904-1915. Un progetto giornalistico femminile di primo Novecento

    di Donatella Alesi
    pubblicato sul numero 222 di Italia Contemporanea, marzo 2001

    Abstract:
    Dopo aver analizzato le vicende editoriali della rivista femminile illustrata "La Donna", fondata a Torino nel dicembre del 1904 come supplemento dei quotidiani "La Stampa" e "La Tribuna" e poi pubblicata autonomamente come magazine quindicinale, l’articolo illustra i principali temi proposti dalla testata durante l’età giolittiana, mettendo in evidenza le peculiarità di un esperimento nato dal processo di modernizzazione della stampa italiana dell’età liberale e dall’autorevolezza politica e culturale di un’esponente del movimento emancipazionsta torinese come Marianna Clelia Abate Arcostanzo, nota anche con lo pseudonimo di Donna Maria. Nella prospettiva del rovesciamento del modello ottocentesco della stampa destinata alle donne, l’articolo descrive le principali linee di un progetto giornalistico mirato alla valorizzazione della moderna immagine delle italiane nelle professioni e nelle arti. L’articolo si sofferma, infine, sul ruolo svolto dalla rivista nel dibattito politico e teorico del movimento emancipazionista italiano nel primo decennio del Novecento.

  • Programmi, passioni, ritratti singoli e di gruppo. Il movimento politico delle donne negli studi di Annarita Buttafuoco

    di Patrizia Gabrielli
    pubblicato sul numero 220-221 di Italia Contemporanea, settembre-dicembre 2000

    Abstract:
    L’articolo propone alcune possibili chiavi di lettura dell’itinerario intellettuale di Annarita Buttafuoco, storica del movimento politico delle donne, prematuramente scomparsa il 26 maggio del 1999. La sua ricca e ampia produzione scientifica abbraccia oltre due secoli di storia, dall’eco della rivoluzione francese in Italia e la costituzione delle repubbliche giacobine, alle lotte per il suffragio e l’emancipazione delle donne in età liberale, fino al secondo dopoguerra con la conquista del diritto di voto e la fondazione della Repubblica. Gabrielli ripercorre i diversi passaggi e sottolinea le innovazioni metodologiche di un lungo e fitto itinerario di ricerca che ha origine intorno alla metà degli anni settanta, con i primi saggi di critica storiografica pubblicati dalla rivista "DWF donna woman femme", di cui Buttafuoco è stata cofondatrice, inserendolo nel più ampio dibattito che investe la storia delle donne e quella politica. La centralità dei soggetti nella storia, lo studio del movimento delle donne nelle sue espressioni politiche e sociali, il rapporto con le istituzioni e con le pratiche della cittadinanza sono le tre principali chiavi di lettura proposte dall’autrice che pone in rilievo nuove categorie di indagine, periodizzazioni e il ricorso a una ampia gamma di fonti documentarie, che hanno aperto scenari inediti sulla storia dei movimenti per l’emancipazione in Italia e indicano, nel contempo, altri possibili territori di indagine. Il "mestiere di storica" non è disgiunto, nella biografia di Annarita Buttafuoco, da un costante impegno di organizzatrice culturale volto al potenziamento dei luoghi di produzione scientifica e politica delle donne, così come determinato è stato il suo intervento in favore di una didattica della Storia rinnovata sia nelle università sia in altri ambiti, come testimonia la Scuola estiva di storia e culture delle donne di cui è stata la principale promotrice e che, dall’agosto del 1999, porta il suo nome.

  • Un ebreo antifascista 1925-1945

    di Riccardo Bottoni
    pubblicato sul numero 220-221 di Italia Contemporanea, settembre-dicembre 2000

  • La riflessione morale

    di Amedeo Vigorelli
    pubblicato sul numero 220-221 di Italia Contemporanea, settembre-dicembre 2000

  • Gli anni francesi

    di Francesca Melzi d’Eril Kaucisvili
    pubblicato sul numero 220-221 di Italia Contemporanea, settembre-dicembre 2000

  • La dignità dell’insegnamento e la passione politica

    di Maria Luisa Cicalese
    pubblicato sul numero 220-221 di Italia Contemporanea, settembre-dicembre 2000

  • Un originale osservatore della questione giovanile

    di Alberto De Bernardi
    pubblicato sul numero 220-221 di Italia Contemporanea, settembre-dicembre 2000

  • Il compagno di redazione

    di Paolo Murialdi
    pubblicato sul numero 220-221 di Italia Contemporanea, settembre-dicembre 2000

  • L’Insmli e la rete degli Istituti associati. Cinquant’anni di vita

    di Enzo Collotti
    pubblicato sul numero 219 di Italia Contemporanea, giugno 2000

    Abstract:
    Il testo riproduce la relazione presentata al convegno sui cinquant’anni dell’Istituto nazionale nel marzo del 2000. Esso ripercorre le tappe della formazione e dello sviluppo dell’Istituto, nel suo intreccio con la storia politica del paese e con i progressi della storiografia, proponendosi altresì una riflessione critica e autocritica sia sulle sue realizzazioni sia sugli obiettivi mancati o insufficientemente conseguiti. Dopo aver sottolineato in particolare le due istanze fondamentali — tutela dell’autonomia e scientificità nel pluralismo del suo lavoro — che ne hanno caratterizzato la continuità, il testo si sofferma sui problemi non risolti — a partire dall’insufficiente contributo pubblico che non ha mai consentito un reale consolidamento delle fragili strutture dell’Istituto — che ne hanno costantemente condizionato l’esistenza, senza tuttavia spezzare il nesso tra ricerca e impegno civile, sfociato negli ultimi anni nel coinvolgimento sempre più stretto dell’Istituto nazionale e di quelli associati nelle iniziative di carattere didattico. Problemi nuovi si pongono dunque oggi in un contesto politico-culturale profondamente cambiato, che richiede un ripensamento globale della collocazione dell’Istituto nel paese e nello stesso panorama degli studi. Fra l’altro, l’Istituto deve affrontare oggi anche un cambiamento generazionale, che lo vedrà tra poco gestito unicamente da una generazione di studiosi che non avrà più alcun legame diretto con la lotta di liberazione. La salvaguardia della memoria della Resistenza e il rilancio della ricerca, oltre al recupero della collaborazione internazionale con gli altri analoghi istituti di altri paesi, si prospettano come i compiti prioritari della nuova fase cui va incontro la vita dell’Istituto, di cui è auspicabile il rilancio come centro animatore e non solo di coordinamento della rete degli istituti mediante un progetto culturale capace di mobilitare le energie e le risorse di centro e periferia.

  • Contadine e politica nel ventennio La Sezione Massaie rurali dei Fasci femminili

    di Perry R. Willson
    pubblicato sul numero 218 di Italia Contemporanea, marzo 2000

    Abstract:
    La storiografia relativa agli strumenti e ai modi con cui i fascisti cercarono di mobilitare le donne a favore del partito e della nazione finora si è principalmente incentrata sull’organizzazione delle giovani e sulle iscritte — per lo più del ceto medio — ai Fasci femminili. La vasta organizzazione di donne contadine di cui tratta l’articolo — la Sezione Massaie rurali dei Fasci femminili — invece non è stata praticamente oggetto di alcuna attenzione. Fondata nel 1933 come parte dei sindacati fascisti dei lavoratori agricoli, l’anno successivo, per sottolinearne il ruolo eminentemente politico, fu assorbita direttamente dal Pnf come sezione speciale dei Fasci femminili. Le sue iscritte, inizialmente scarse, crebbero gradualmente fino a raggiungere l’impressionante cifra di 2 milioni e mezzo, nel 1942; per la maggioranza si trattava di donne che mai prima avevano fatto parte di un’organizzazione politica. L’articolo, basato sulla stampa dell’epoca e su fonti d’archivio, esamina obiettivi e ideologia di questa enorme organizzazione e i suoi programmi di attività, molti dei quali riguardavano l’istruzione pratica nelle tecniche di coltivazione importanti per il ruolo delle donne nelle famiglie di mezzadri e piccoli proprietari, come l’allevamento di polli e conigli, l’orticultura e anche nell’economia domestica. Il programma di istruzione tecnica, comunque, dai fascisti era ritenuto secondario rispetto al ruolo politico dell’organizzazione, e tutte le attività di quest’ultima erano permeate da una buona dose di propaganda politica. Da ultimo, l’articolo prende in esame alcune delle svariate ragioni per cui un numero così ampio di donne si iscrisse all’organizzazione nonché le tecniche di reclutamento — che includevano sia il bastone sia la carota — utilizzate dalle organizzatrici fasciste per indurre le donne a iscriversi. Né sono trascurati le ragioni delle significative variazioni regionali nelle percentuali di iscritte e i modi in cui le stesse fasciste cercarono di adattare le modalità di reclutamento alle diverse condizioni locali.

  • L’antiamericanismo in Europa. Una prospettiva comparata

    di David W. Ellwood
    pubblicato sul numero 217 di Italia Contemporanea, dicembre 1999

    Abstract:
    L’antiamericanismo, in quanto fenomeno culturale e psicologico, può essere definito dalla sua storia, o piuttosto da uno studio dell’evoluzione di tutte le più diffuse forme di antagonismo alla nazione, al popolo, alla civilizzazione degli Stati Uniti e alle iniziative prese da questi ultimi nel mondo. L’articolo identifica quattro radici dell’antiamericanismo e le esamina così come si sono storicamente presentate: le rappresentazioni; le immagini e gli stereotipi (dalla nascita della repubblica americana); l’esperienza collettiva condivisa (dall’epoca dell’immigrazione di massa); la sfida del modello americano di modernizzazione (dagli anni venti); la proiezione organizzata del potere economico, politico e culturale americano (a partire dalla seconda guerra mondiale). Le manifestazioni del fenomeno negli ultimi cinquant’anni sono state caratterizzate da combinazioni sempre mutevoli di questi fattori, la cui configurazione è dipesa da crisi interne ai gruppi e alle società in cui esse si producevano come anche da qualsiasi cosa abbia fatto, detto o prodotto la società americana, in ogni suo settore. Con l’ascesa della potenza americana, dopo il 1945, è avvenuto il cambiamento decisivo, ma senza i tre elementi sopra indicati — antecedenti e pretesti forniti dalla storia — questo sviluppo di per sé non avrebbe mai provocato o attirato i risentimenti, le invidie, gli antagonismi che si sono espressi nell’antiamericanismo classico.

  • Il piano Marshall e il centrismo. Il patto tra Stato e industria del 1948

    di Carlo Spagnolo
    pubblicato sul numero 216 di Italia Contemporanea, settembre 1999

    Abstract:
    Il saggio, che fa uso di documenti italiani e americani, vuole mostrare che la stabilizzazione politica anticomunista si comprende nelle sue determinanti di fondo a partire dal suo rapporto con la politica internazionale. Dal giugno 1947 in poi il piano Marshall costituì il quadro entro cui si iscrisse la formulazione del centrismo e di tutta la politica degasperiana. L’esito delle elezioni del 18 aprile 1948 fu influenzato dall’approvazione legislativa del piano statunitense. La definizione e la dinamica del centrismo fu segnata dalla decisione di reintegrare rapidamente il paese nel mercato occidentale secondo le regole stabilite a Bretton Woods.
    Il ruolo di mediazione della Dc e l’esigenza di estenderlo costantemente furono in gran parte causati dall’estrema difficoltà di conciliare l’integrazione nel mercato mondiale con una struttura socio-economica arretrata e dualista. Il divario tra il paese e il blocco occidentale impose al governo di sviluppare una mediazione tutta politica basata sull’intervento pubblico e gli aiuti statunitensi. Il problema, presente sin dal 1945, divenne però drammatico dopo la definitiva rottura tra i due blocchi in occasione del piano Marshall, per le sue speciali ripercussioni nel rapporto tra classe operaia e il resto del paese. Le dinamiche di fondo e le principali contraddizioni del centrismo si rifletterono nella tensione tra una politica repressiva di "integrazione negativa" della classe operaia e una politica riformista che mirava, invece, a un’"integrazione positiva" dei ceti subalterni. Onde evitare la perdita della propria centralità (all’interno del paese e rispetto agli Usa), la Dc evitò o impedì qualsiasi scelta produttiva che, accelerando molto la modernizzazione, potesse sciogliere a suo danno la tensione con la classe operaia.
    L’uso dei fondi del piano Marshall in Italia riflette dunque motivazioni eminentemente politiche. Tra esse rientrava un patto implicito tra la Dc e gli imprenditori per un basso prelievo fiscale e il ritorno al profitto tramite gli appalti pubblici.

  • La crisi dell’Istituto storico della Resistenza in Toscana. Un “caso” di portata nazionale

    di Mario G. Rossi
    pubblicato sul numero 215 di Italia Contemporanea, giugno 1999

    Abstract:
    La vicenda dell’Istituto storico della Resistenza in Toscana, oggetto da anni di vivaci polemiche, rischia di essere letta come una questione locale, mentre presenta grosse implicazioni sia politiche che culturali di portata nazionale. Il tentativo di riformare in senso democratico-elettivo lo statuto dell’Isrt è stato aspramente contrastato da una minoranza di soci, sostenitrice del vecchio equilibrio ciellenistico, di fatto basato su una rigida lottizzazione tra le forze politiche. In funzione di questa opposizione è stata montata la denuncia della mancata pubblicazione delle carte Salvemini da parte dell’Istituto toscano, a riprova del suo atteggiamento partigiano e discriminatorio verso "una cultura storico-politica sgradita".
    Su questa base si è innestato un pesante attacco contro l’Istituto nazionale, volto a colpire non solo le sue iniziative di maggior respiro, come il convegno dell’aprile 1998 su "Fascismo e antifascismo", ma il suo stesso ruolo culturale nel campo storiografico e le sue nuove responsabilità nei programmi di aggiornamento degli insegnanti di storia. Gli attacchi, moltiplicatisi sulla stampa e in Parlamento, non hanno ricevuto adeguata risposta né dal ministero dei Beni culturali né dalle forze politiche più direttamente chiamate in causa. Un silenzio che, aggiunto alle crescenti difficoltà che stanno soffocando l’Insmli e alla situazione di crisi forse irreversibile in cui è precipitato l’Isrt, sembra adombrare una ulteriore conferma di quel revisionismo, non solo storiografico, che pone radici sempre più consistenti anche nel patrimonio politico e culturale della sinistra italiana.

  • La mobilitazione civile in Italia 1940-1943

    di Paola Ferrazza
    pubblicato sul numero 214 di Italia Contemporanea, marzo 1999

    Abstract:
    L’organizzazione della mobilitazione civile e del fronte interno ebbe inizio negli anni venti e proseguì sino alla caduta del fascismo. La pronta mobilitazione delle risorse economiche, alimentari, umane e "spirituali" venne a lungo programmata e mai realizzata. Allo scoppio della guerra la mobilitazione dei civili apparve superflua; a partire dalla metà del 1941 divenne necessaria ma non ancora predisposta all’avvio; solo nel 1942 venne mobilitata una parte della popolazione. Anche l’organizzazione del fronte interno fu a lungo trascurata. Lo Stato si limitò ad inasprire le leggi penali per far rispettare un’inesistente disciplina di guerra. La perdita di controllo sulle dinamiche dei prezzi e dei salari generò un fenomeno di ampia mobilità nel mercato del lavoro, cui si tentò di porre rimedio tramite i decreti del duce di mobilitazione civile. L’economia di guerra fece esplodere contemporaneamente un fenomeno di rigidità nel mercato del lavoro italiano, pericolosamente carente di manodopera specializzata. I numerosi tentativi del ministero delle Corporazioni e dell’ex Commissariato per le migrazioni e la colonizzazione di gestire l’esiguo numero dei lavoratori qualificati fallirono continuamente. Secondo le fonti ufficiali, nell’ottobre del 1942 il numero dei mobilitati raggiunse i due milioni e mezzo con oltre 180.000 precettati civili. Nel dicembre dello stesso anno i mobilitati superarono i cinque milioni. Tuttavia la mobilitazione non era avvenuta secondo gli ambiziosi progetti fascisti. Con il presente saggio si propone una ricostruzione ed una riflessione sulle diverse fasi e sulle evidenti contraddizioni della programmazione e della gestione della mobilitazione civile durante i primi tre anni della guerra.

  • Potere, società ed economia nel territorio della Rsi

    di Massimo Legnani
    pubblicato sul numero 213 di Italia Contemporanea, dicembre 1998

    Abstract:
    L’articolo discute due nodi storiografici fondamentali per la comprensione della vicenda della Rsi e degli interessi politici, economici e sociali che in essa si manifestano: la natura del conflitto tra "estremisti" e "moderati" e i caratteri della legge sulla socializzazione delle imprese del febbraio 1944. La contesa tra "estremisti" e "moderati" contraddistingue sia la fase di impianto del potere della Rsi sia quella successiva ed è l’espressione (in un contesto, fortemente condizionato dalla presenza tedesca, che non è più di spartizione del potere come nel Ventennio, ma di conquista) non del rapporto contraddittorio tra partito e Stato, ma di un ‘regolamento di conti’ all’interno dello stesso Pfr. Ciò si traduce, per la presenza di polizie parallele e i violenti scontri ad essa connessi, in una fortissima riduzione delle capacità operative della Repubblica di Salò. Dopo aver analizzato le diverse forme e gli esiti di questa contesa a livello locale e l’incapacità del centro di governarla, l’autore passa a considerare sommariamente l’evoluzione della situazione economica. Dal 1943 al 1945 si aggravano tutti i fenomeni negativi già ampiamente presenti dall’autunno 1942, cui si aggiungono i forti prelievi tedeschi e il reclutamento coatto. In questo quadro il progetto di socializzazione viene presentato come ripresa e svolgimento di quello corporativo nella tutela però del diritto di proprietà. L’idea che ne sta alla base (contrastata praticamente all’interno del Pfr da alcuni più accesi sindacalisti) è di far centro sulla conservazione della struttura produttiva e nel contempo dar spazio a una riorganizzazione tecnocratica del governo dell’economia. Essa non può che trovare concordi gli esponenti dell’industria e apre una prospettiva di riorganizzazione del corpo sociale che va ben oltre la congiuntura bellica e Salò. (p.r.)

  • Sul negazionismo

    di Valentina Pisanty
    pubblicato sul numero 212 di Italia Contemporanea, settembre 1998

    Abstract:
    I negazionisti sono un gruppo di presunti storici che sostengono che la Shoah sia la "grande impostura del ventesimo secolo" e che Auschwitz e le camere a gas naziste non siano altro che un’invenzione della propaganda sionista, volta ad estorcere ingenti riparazioni di guerra alla Germania sconfitta. Per sostenere tale tesi i negazionisti si avvalgono di un metodo molto particolare di lettura dei documenti storici, che prevede: a. l’analisi di una qualunque testimonianza che attesti l’esistenza dello sterminio, isolata però dalla rete probatoria in cui essa è inserita, allo scopo di renderla più vulnerabile agli attacchi; b. la ricerca spasmodica di tutte le piccole inesattezze che la testimonianza (in quanto prodotto della memoria umana) può contenere, con l’intento di ingigantire l’importanza di tali anomalie; c. la deduzione che se la testimonianza è sbagliata su un determinato punto, nulla garantisce che non lo sia anche nel suo complesso; d. la conclusione che le ‘sbavature’ riscontrate non sono casuali, ma fanno capo a una precisa volontà di manipolazione ideologica da parte di "certi ambienti del sionismo internazionale". Da quanto detto consegue che il negazionismo non è altro che il capitolo più aggiornato del vecchio mito della cospirazione ebraica per la conquista del mondo, la cui espressione più nota è costituita dai falsi Protocolli dei Savi Anziani di Sion.

  • La ‘scoperta’ di Antonio Gramsci. Le ‘Lettere’ e i ‘Quaderni del carcere’ nel dibattito italiano 1944-1952

    di Giovanni D’Anna
    pubblicato sul numero 211 di Italia Contemporanea, giugno 1998

    Abstract:
    Con questo lavoro si intende portare un contributo allo studio di quella che è la più importante operazione politico-culturale del dopoguerra. In particolare si cerca di ricostruire dapprima l’incessante opera di "divulgazione" della figura gramsciana che Palmiro Togliatti svolse sin dai primissimi giorni del suo rientro in patria, poi le vicende relative alla pubblicazione postuma degli scritti carcerari, infine la grande eco che essi ebbero fin dalla loro uscita nelle due grandi "famiglie" culturali, quella cattolica e quella liberale, alle prese con un autore che scompaginava gli schemi interpretativi della storia italiana. Nell’area cattolica Gramsci suscita, nelle componenti dossettiane e nei movimenti giovanili, un grande interesse, cui si contrappone l’ostracismo della "Civiltà Cattolica". La cultura laica invece oscilla tra la tentazione di fare di Gramsci un crociano di sinistra e il rifiuto, motivato con l’appartenenza del pensatore sardo ad una ideologia totalitaria e antidemocratica come quella comunista, in inevitabile simbiosi con l’atteggiamento di Benedetto Croce che passa dalle lodi tributate all’uscita delle Lettere alla chiusura totale manifestata durante la pubblicazione dei Quaderni. Si è volutamente solo accennato alle vicende relative ai rapporti tra Gramsci e Togliatti e la sinistra in generale, argomenti assai dibattuti nella nostra storiografia. La scoperta di Gramsci è un momento fondamentale del dialogo tra la cultura comunista, quella cattolica e quella liberale, un dialogo sempre presente nella storia dell’Italia repubblicana.

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