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La disciplina della libertà. Sull’adozione dei testi nella scuola fascista
di Monica Galfré
pubblicato su Italia Contemporanea n. 228 , settembre 2002

La fascistizzazione della scuola media non implicò la soppressione della libertà di produzione e di scelta dei testi, come avvenne con il libro di Stato per l’istruzione primaria. Formalmente gli insegnanti conservarono l’autonomia didattica concessa nel 1923 dalla riforma Gentile, che però non compromise la piena attuazione del progetto educativo fascista. Al contrario di quanto hanno asserito molti studiosi, la scuola secondaria non fu uno spazio di libertà all’interno di un contesto liberticida. La ricostruzione della normativa sui libri di testo, e l’analisi della sua applicazione nella vita degli istituti (con particolare attenzione al caso del liceo Dante di Firenze), vuol mostrare la capillarità del controllo e del condizionamento approntati dal regime anche su questo aspetto dell’insegnamento. Nel determinare le modalità e i canali reali delle adozioni – snodo decisivo del processo di diffusione dei testi scolastici – si rivelarono decisive le condizioni in cui gli insegnanti si trovarono ad esercitare tale facoltà di scelta: le relazioni gerarchiche e personali interne al microcosmo scolastico, nella loro dialettica con l’autorità centrale; e i legami tra docenti e case editrici, nelle quali il fascismo trovò delle potenti alleate. In questo senso il controllo ministeriale e le esigenze di fascistizzazione da un parte, le strategie editoriali e le ragioni del mercato dall’altra, limitarono la libertà dell’insegnante, intervenendo nella fase che precedeva il momento formale della scelta, laddove le ragioni del regime mal si distinguevano dalle proprie. Fu questo il terreno che favorì anche l’applicazione delle leggi razziali del 1938 nelle loro conseguenze sulla politica del libro scolastico.

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